Mola Di GEO

Minturno (LT)

Probabilmente tutti ne hanno sentito parlare, o almeno accennare in qualche chiacchierata con persone anziane, soprattutto con le nonne che conoscevano bene l’ambiente e il percorso, con la verta del grano in capo per la discesa e la stessa verta colma di farina nella faticosa risalita al paese.

Si scendeva per vicolo Malerba e poi giù per le scale all’interno di un palazzo, fino a una piazzetta con una fontanella a livello della strada romana.

Qui trovavi sempre donne che attendevano, con il sacco sulla testa, pronte ad affrontare la risalita.

Ti veniva incontro Geo, l’attore principale della scena, tutto bianco di farina da capo a piedi (pure le scarpe erano infarinate), sempre indaffarato a rispondere e trattare con le petulanti e ciarliere comari.

Entrati all’interno del portone verde, ti investiva un frastuono assordante e variegato, come di tuono, accompagnato dalla caduta incessante di sassolini.

Una sottile nebbiolina biancastra saturava l’ambiente, mista all’odore di frumento e al gusto appena accennato di dolci fatti in casa.

Il pavimento tremava, la grossa bascula con l’ampio quadrante rotondo tremolava, tutto il palazzotto sussultava, e avevi la sensazione che anche il tuo corpo tremasse all’unisono.

Innumerevoli grossi tubi bianchi correvano lungo i muri, scendevano dal soffitto e alcuni terminavano con sacchi legati all’imboccatura, per raccogliere ‘a farì, ‘a semmala o ‘u tatello.

Ti impressionava in alto il lavorio incessante di un insieme di pulegge di ferro in veloce movimento, azionate da larghe cinghie di cuoio che scomparivano misteriosamente attraverso strette fenditure oltre il soffitto e anche sotto il pavimento.

Una ripida scala di legno, tutta bianca, portava al piano superiore. Qui, se avevi la fortuna di entrare, trovavi un mondo spiritato: due basse e larghe macchine a forma di casse, allineate tra stretti passaggi, ballavano frenetiche danze agitandosi in un rimescolio di polvere biancastra, collegate con infiniti tubi che sembrava avessero il diavolo in corpo, in un’atmosfera surreale e quasi discotecara.

Quando uscivi all’aperto, confortato dal verde splendore della macchia di Marcò, tra le mitiche ali di grassi piccioni attirati dai grani sparsi a profusione sul suolo, ti sembrava di essere ritornato nel mondo reale. Il rumore, ormai familiare, ti appariva lontano.

Oggi, dopo molti anni di instancabile e dignitoso lavoro, tutto tace all’interno. Le agitate macchine, le pulegge rotanti, i bianchi tubi dagli interminabili percorsi sono ancora lì, ma fermi, immobili, come in attesa. Tutto tace.

L’odore di frumento ancora si avverte tra le vecchie mura e i marchingegni finalmente acquietati.

In alto, brandelli di ragnatele bianche sembrano voler ricordare con orgoglio le antiche e rumorose imprese per la bianca farina e il pane elargito.